I giudici dovrebbero sapere. Di più, dovrebbero vederli. Dovrebbero assistere a quel pianto silenzioso, quel mormorio di labbra, quel grazie ripetuto increduli, dovrebbero, magari nascosti dietro una tenda, per non inibirli, ammirare quell’incontenibile esplosione di gioia che si tramuta, talvolta, in un improvvisato balletto.

Ho il privilegio di “assistere”, o, per meglio dire, di combattere al fianco di persone di rara umanità e incredibile spessore. Con alcune di loro la relazione è divenuta così intensa e affettuosa da non poter stare più imbrigliata nel classico rapporto “avvocato / cliente”.

 

 

 

 

"Le parole fanno le cose", dice Foucault. E a volte fanno anche le persone.

In tema di migrazioni quanti vocabili, spesso dispregiativi, vengono utilizzati, a volte senza una reale consapevolezza, per indicare intere categorie di individui!

Ad esempio, quando si parla degli arrivi dei profughi sulle nostre coste si adopera quasi sempre il termine "invasione", anche se, come quest'anno, ci si riferisce a neppure 10 mila persone.

Chi arriva via mare, in fuga da violenze e mali indicibili, secondo il gergo comune, "sbarca" da "carrette del mare" sovraffollate di "disperati".

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